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CULTURA SICANA   ENOGASTRONOMIA  

ARTIGIANATO SICANO

L’artigianato che prevale nei Monti Sicani comprende la lavorazione del legno, la produzione di manufatti in ferro battuto, le lavorazioni in marmo, oltre ai rinomati lavori in terracotta e produzione di ceramica artistica.

L’ARTE DEL LEGNO
Un tempo i falegnami si occupavano soprattutto della fabbricazione di infissi e dei mobili di uso comune, come ad esempio le cassapanche, che assolvevano alla duplice funzione di custodia della biancheria e di sedile, le “maiddi”, gli “scanatura” ed i “sagnaturi”, quotidianamente utilizzati dalle massaie per la panificazione.

L’ARTE DEL FERRO BATTUTO
Un tempo fabbri e maniscalchi oltre a produrre attrezzi agricoli (“pala”, “vommaru”, “zappuni”, ecc.), realizzavano anche i “trispa”, per sostenere il letto, e “a pala ppi nfurnari u pani”, “u rastieddu ppi famiari” e “a pala ppi cogliri u luci”, per il forno a legna. Si occupavano, inoltre, della costruzione dei cosiddetti “battenti”, ossia rifiniture di ferro per gli spigoli dei gradini e delle cucine in muratura. La loro ispirazione si esprimeva appieno nella realizzazione di inferriate che rendono il centro storico testimonianza dell’abilità di un tempo. A San Giovanni Gemini, in via Abate Meli, Vito Mangiapane continua a svolgere la tradizionale lavorazione artistica del ferro battuto.

LAVORAZIONE DI TERRACOTTA E PRODUZIONE DI CERAMICA ARTISTICA
La lavorazione dell’argilla, per la produzione di manufatti in terracotta, ha origini ottocentesche. Venivano maggiormente prodotti: “lanceddi” (contenitori di grandi dimensioni utilizzati per trasportare l’acqua), “bummula” (brocche di piccole e medie dimensioni), “rasti” (vasi per le piante) e “maritedda” (bracieri di media grandezza). Di notevole importanza era la produzione di laterizi che si distinguevano in: “canala” (tegole), “bucati” (forati), “pantofoli” (pressati); per la costruzione della volta e del suolo degli antichi forni si producevano mattoni di terracotta chiamati rispettivamente “sicciteddi” e “parmarizzi”.

ARTIGIANATO FEMMINILE
Di notevole prestigio gode anche l’artigianato femminile contraddistinto dalla tradizionale produzione di ottimi lavori di tessitura e di ricamo a mano, per lo più svolti a cottimo. I laboratori di ricamo sono ormai scomparsi ma sussiste ancora la lavorazione a domicilio.

L’ARTE DELL’INTRECCIO
In alcuni comuni più arroccati del territorio dei Monti Sicani sopravvive ancora la tradizionale produzione di panieri, ceste e oggetti vari, questo grazie alle persone più anziane, che hanno custodito gelosamente tale tradizione tramandandola, quando possibile, ai loro discendenti (figli, nipoti, ecc.). Le ceste e i panieri di vari tipi, forme e dimensioni venivano prodotti con materiali vegetali diversi e adibiti ad un’ampia gamma di utilizzi. Pertanto, si possono distinguere i seguenti tipi: il cufinu o cartidduni e la cartedda, di dimensioni più ridotte rispetto al primo, utilizzati entrambi per la misura e il trasporto di vari tipi di prodotti agricoli (frutta, ortaggi, uova, pane, paglia, concime, ecc.). Altra produzione è u panaru oggetto indispensabile, ancora oggi nei frutteti familiari, per raccogliere la frutta sugli alberi, ma anche per trasportarla. I polloni o rametti, utilizzati per confezionare ceste e panieri, si ricavano dall’olivastro(Olea europea L. var.sylvestris Brot.), dal salice comune (Salix alba L.), dall’olmo comune (Ulmus minor Mill.) ecc.., uniti alle canne (Arundo donax L.), per il rivestimento laterale. Un’altra tipologia di prodotto è la fascedda, cestello rotondo più lungo che largo, confezionato con il giunco (Juncus acutus L.), dove veniva posta la ricotta. Per la produzione di corde e legacci di vario genere un tempo venivano utilizzate diverse piante spontanee. Tra queste, la specie più nota e largamente utilizzata nell’area sicana e nebrodense era la disa o tagliamani (Ampelodesmus mauritanicus), le cui foglie più lunghe servivano, soprattutto nelle zone dell’entroterra siciliano a maggiore vocazione cerealicola, per la produzione dei cosiddetti liami, utilizzati per legare i tralci della vite o i covoni di grano (gregni). Tra le altre specie artigianali, particolare era l’uso della palma nana (Chamaerops humilis L.) conosciuta nel territorio sicano, soprattutto nelle località poste a quote più basse, con diversi nomi dialettali (scupazzu, giummarra o curina). La pianta, di cui venivano utilizzate sia le foglie lanciformi che la parte centrale, tenera e filamentosa (curina) veniva estirpata nel periodo primaverile e lasciata essiccare al sole, per poi lavorarla nel periodo estivo. Si fabbricavano scope e scopini di vario tipo e destinati ad usi diversi (pulizia stalle, selciati, abitazioni, ecc.). Dalla parte centrale della pianta si ricavavano invece cordicelle ed intrecci vari utilizzati successivamente nella tessitura di contenitori. Lo zimmili o cuffuni costituiva il contenitore di derrate agricole cui si faceva più ricorso, mentre la coffa agricola era il contenitore utilizzato nel periodo autunnale per la semina del grano.

 

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