|
:: I COMUNI DEI MONTI SICANI
L’area dei Monti Sicani è ricca di tappeti di trifoglio rosso, giacinti, asfodeli, limoni, arance, mandorle, ulivi e vigne, carrubi, glicini e violette, fiori gialli, gigli, aquile e aironi, cuculi, querce e roverelle, laghi e boschi, teatri e castelli, palazzi e fontane, templi e necropoli, ville e masserie, valli e monti. Produrre il racconto dell’eredità storica, culturale e ambientale di questa area è un invito al viaggio in Sicilia e specificatamente in terra di Sicanìa dove scoprire i magici Monti Sicani, custodi di voci, di frammenti, da poter leggere le storie delle conquiste di tutti gli esseri viventi e non.
CAMMARATA
Piccolo paese alle pendici del monte omonimo. Il nome Cammarata deriva dal greco bizantino “Kàmara”che significa “stanza a volta”; anche il suo castello, edificato in epoca normanna che venne donato dal conte Ruggero D’Altavilla alla sua consanguinea Lucia De Camerata, potrebbe aver contribuito a darle il nome Cammarata. Il paese si trova ad un’altitudine di 700 m s.l.m., si estende per una superficie di circa Ha 19.200 e conta circa 6.400 abitanti. Dell'antico e possente Castello, oltre ai ruderi sparsi nella parte alta del paese, rimane una torre ben conservata, spesso sede di mostre e iniziative culturali. Il quartiere di S.Vito che si sviluppa intorno all’omonima chiesa è un quartiere assai suggestivo, poichè le viuzze sono ancora collegate da caratteristici archi detti “pati”, edificati tra il ‘400 e il ‘700.
SAN GIOVANNI GEMINI
Sito alle pendici del Monte Cammarata, in origine il paese venne chiamato “San Giovanni di Cammarata” per la vicinanza con l’omonimo monte; nel 1879 fu trasformato in San Giovanni Gemini poiché nelle zone limitrofe sorgono due colli di uguale altezza definiti appunto Gemelli. Il borgo venne fondato nel 1451 dal conte di Cammarata Federico I Abatellis. Il paese si trova ad un’ altitudine di 672 m s.l.m, si estende per una superficie di circa Ha 2.600 su cui insistono circa 8.450 abitanti.
SANTO STEFANO QUISQUINA
Il centro si trova ad un’altitudine di 730 m s.l.m. sulle pendici settentrionali della serra Quisquina dei Monti Sicani, si estende per una superficie di circa Ha 8.600 contando circa 5.600 abitanti. Sin dalle origini il nome fu Santo Stefano e l’appositivo “Quisquina” venne aggiunto per via della vicinanza del monte omonimo; il nucleo storico della città ebbe origine dai casali arabi “rahaltavilla” attorno al quale si è formato, probabilmente sotto il regno di Federico II di Aragona, il primo raggruppamento abitativo. La religiosità e il misticismo hanno grande rilievo nella zona; situato a breve distanza ad Est dell’abitato, infatti l’Eremo di Santa Rosalia ne è la massima espressione. La struttura eremitica è la spelonca dove, secondo la tradizione, visse Santa Rosalia, figlia del conte Sinibaldo, signore di Santo Stefano, prima di trasferirsi sul monte pellegrino, altura che domina Palermo; uno stretto cunicolo porta all’antro dove è stata posta una statua di Santa Rosalia, perennemente coperta dai doni dei pellegrini; all’interno del sito religioso è possibile ancora leggere un’epigrafe scritta dalla Santa. Sul luogo, è possibile visitare la chiesa coeva all’edificio, dove una delle stanze conserva monaci mummificati. Nei pressi del bosco della Quisquina sorsero i casali arabi di Rahaltavilla e il casale di Santo Stefano di Melìa nelle vicinanze del monastero basiliano. Da questi casolari agricoli prese avvio il primo nucleo abitato di Santo Stefano Quisquina, che fuse le antiche denominazioni. Si venne formando probabilmente sotto il regno di Federico II d'Aragona (1296-1337). Il nuovo Borgo è appartenuto a Giovanni di Caltagirone. Fu successivamente nelle proprietà dei Chiaramonte durante il secolo XIV; poi dei Principi di Belmonte. In seguito fu feudo delle famiglie Sinisi, de Agijs, Lacan, Ventimiglia.
PRIZZI
Il nome,probabilmente deriva da “Pyr” cioè fuoco, per indicare il mezzo che i bizantini usavano per le segnalazioni alle postazioni di controllo. Comune sicano di 5.592 abitanti sorge in provincia di Palermo sul monte omonimo, a quota di quasi 1.100 m s.l.m. dal quale si domina quasi tutta la Sicilia. Il territorio che lo circonda è ricco di toponimi e masserie di origini bizantine ed arabe. Di rimpetto all’attuale sito abitato, poco distante sul monte San Lorenzo, emergono le rovine (acropoli e necropoli) di un insediamento del IV secolo a.C. di cui si ignora il nome reale ma che alcuni identificano con l’Hippana distrutta dai romani nel 258 a.C. nel corso della prima guerra punica.
CASTRONOVO DI SICILIA
Centro agricolo con 3.419 abitanti situato al confine tra la provincia di Agrigento e quella di Palermo ai piedi del Monte Kassar, ad un’altitudine di 660 m s.l.m. Le lontane origini di Castronovo di Sicilia trovano conferma nell’esistenza di un insediamento arcaico costituito da abitazioni trogloditiche nella contrada Grotte, sulle sponde del fiume Platani, riconducibili al popolo sicano. La prima perlustrazione scientifica di tali insediamenti, almeno in tempi recenti, risale al 1743, ad opera dello storico locale Vito Mastrangelo. Stante alla descrizione dello studioso, pare che le pareti di alcune grotte mostrino dei segni geroglifici. Nella grotta più grande, dove grondano gocce d’acqua, germoglia il Calpevenere, da cui l’antro prende il nome, in essa sono evidenti dei sedili scolpiti nella roccia. L’espansione militare di Agrigento e la conflittualità della stessa con Siracusa ed Imera, costringerà l’inerme popolazione sicana a trasferirsi sulla contrada Grotte sull’altopiano del Cassaro, un sito più sicuro ed inespugnabile che dall’alto dei suo 1100 metri sovrasta l’attuale centro abitato. Ha così origine la città di Crastro. La distruzione di Crastro è legata alle guerre servili. Furono i romani infatti, intorno al 105 a. C. che la demolirono per l’appoggio incondizionato dato dai suoi abitanti alla causa degli schiavi. La popolazione superstite di Crasto si disperse sull’intero territorio castronovese andando a costruire insediamenti sparsi a Regalxacca S. Pietro, Melia ecc….
Dall’11 novembre 839 al 29 ottobre 940, gran parte del territorio dei monti sicani, fu conquistato dai mussulmani, e dunque anche Castronovo ebbe la stessa sorte. Sotto il dominio degli arabi furono eseguiti i primi lavori di bonifica, iniziarono le pratiche irrigue e furono introdotte nuove culture. L’antico nome “Crastus” divenne, per la trasposizione della lettera “r” , Castrus e quindi Kars-nub per gli arabi, cioè “dai bei dintorni, dalle molte entrate e produzioni del suolo, terre a seminativo, poste tra piccoli torrenti”, fino a divenire Castrum per i normanni. Si deve agli arabi la costruzione di due casali il Rabat (Rabatello), accanto a una ricca sorgente d’acqua ed il Rakal-biat , successivamente ribattezzato come Santa Maria della Bagnara, distrutto da una frana nella metà del settecento. Castronovo è stata importante testimone di importanti eventi della storia siciliana. Federico II d’Aragona, dopo aver battuto gli angioini a Caccamo, Corleone e Sciacca, nel 1302 costituì il suo quartier generale nel castello di castronovo iniziando le lughe trattative che portarono alla pace di Caltabellotta. Si concludeva così la guerra del vespro, iniziata a Palermo nel 1282. In seguito alla pace di Caltabellotta il sovrano concesse la signoria di Castronovo al suo fedele vassallo Corrado d’Aurea.
BIVONA
Centro agricolo con 4.300 abitanti sorge in provincia di Agrigento ai piedi del monte Rosa, a un altitudine di 503 m.s.l.m. Bivona, prima della conquista di Re Ruggero, era un villaggio arabo; lo testimonia la toponomastica ancora presente in molte contrade, ex feudi, fiumi, montagne del suo territorio come ad esempio Magazzolo che viene da “Magzil” (acque vorticose), Canfuto da “Kunfud” (porcospino), Mailla da “Maillah” (luogo scosceso). Con i Normanni in Sicilia, il ruolo di politico ed economico dei baroni si accresce soprattutto nel secolo XIV quando, la necessità di allargare il consenso verso la Monarchia, induce i sovrani aragonesi a dare in concessione feudale molte prerogative reali come quella del mero e misto impero, cioè la giurisdizione civile e penale dei feudi. Comincia così la sequenza delle successioni feudali di Bivona. Primo signore fu Giacomo da Catania a cui il Re Roberto D’Angiò concede i castelli di Bivona e di Calatamauro nel 1299. Nel 1540 l’Adria descrive Bivona come “Fertile luogo amabilmente ricco di abbondanti prodotti… nel cui mezzo scorre un gran fiume con intorno 15 mulini. Vi si producono mele, pesche, pere, olive, mandorle, uva ciliegie, noci, nespole, pistacchi, agrumi, legumi, ortaggi … Vi sono cotogni … pecore e buoi, numerosi alveari, boschi, selve, valli, noccioli, con valli, ricciute castagne”. Con l’avvento dei Moncada, i principi di Paternò e duchi di Bivona comincia un periodo di crisi che si protrarrà fino al 1714. Ad un periodo di graduale spopolamento si aggiunge la carestia del 1610, e poi la peste, che colpì Bivona ed i centri vicini nel 1624. In realtà Bivona fu preservata dalla peste, fatto che fu attribuito dalla popolazione all’intercessione di Santa Rosalia, la quale veniva invocata a salvaguardia della città insieme a San Rocco. Il 4 settembre 1624 Santa Rosalia diviene patrona dei Bivonesi, così come avevano già fatto i palermitani. Con gli Alvarez de Toledo (sec. XVIII) si apre l’ultima pagina dei signori di Bivona.
BURGIO
Comune di antiche origini con storia dai contorni non ben definiti, venne probabilmente fondato nel periodo della dominazione musulmana; l’origine del toponimo ricondotta al termine arabo “burg”, che significa torre, e alla presenza dei resi di una torre medievale. La tradizione avvalorata dall’autorità di parecchi scrittori la dichiara “ Terra un tempo dei saraceni”. Il castello s’innalza maestoso nella parte superiore del paese e fu antichissima proprietà dei progenitori di Hamud mitico emiro e signore di Burgio il quale nella guerra contro re Ruggero dovette arrendersi, si convertì al cristianesimo e prese il nome di Ruggero Burgio . Si susseguirono numerose signorie Antiochia, Peralta, Cardona, Gioeni, Colonna, Rospigliosi che impreziosirono di storia, di arte e di cultura questo territorio.
CHIUSA SCLAFANI
Sorge in provincia di Palermo in declivio su una zona collinare interna a quota 614 m s.l.m. . Paese di origine medievale venne fondato nel 1320 sui resti di un casale già esistente e fu per lungo tempo sotto il dominio della famiglia Sclafani, successivamente passò nelle mani della famiglia Colonna e vi rimase sino al 1812, periodo in cui vennero aboliti i diritti feudali.
PALAZZO ADRIANO
Sorge a 700 metri d’altitudine in provincia di Palermo. Conta quasi 2700 abitanti. Le prime notizie risalgono al tempo dei Vespri Siciliani, rimasto disabitato durante il XIV secolo fu ripopolato nel XV secolo da una colonia militare albanese, da qui la caratteristica tipica di Palazzo Adriano in cui convivono due diversi gruppi etnici: i Latini ed i Grego-Albanesi. Gli Albanesi giunti a Palazzo Adriano ebbero la necessità di salvaguardare la propria vita costruendo delle strutture adeguate e sicure per difendersi da eventuali attacchi.
SAMBUCA DI SICILIA
Sambuca di Sicilia è situata nella parte occidentale della provincia di Agrigento. Fu fondata dall’Emiro Al Zabut “Lo Splendido” subito dopo lo sbarco arabo in Sicilia nell’827. Gli scavi iniziati nella seconda metà degli anni 60, hanno portato alla luce una ricchissima necropoli e al reperimento di prezioso materiale, catalogato ed esposto nei locali del Museo Nazionale di Agrigento. È certo che nella zona, già da tempo prima degli Elimi e poi i Sicani vi avevano abitato, com’è testimoniato dall’affascinante zona archeologica di Monte Adranone, insediamento greco-punico del VI sec. a.C. L’antico territorio di Sambuca era chiamato feudo Sambucetta perché in esso molte piante di Sambuco vegetavano. Per il decorrimento dei secoli questo nome del feudo è quasi sconosciuto. In detto feudo il saraceno impiantò il castello dal quale, per la sua elevata positura, si vedevano quasi tutte le contrade del suo territorio ed alcuni dei paesi vicini.
GIULIANA
Giuliana, l’urbs opulentissima del regio storiografo Gian Giacomo Adria (sec. XVI), il quale la descrive puntualmente come «eccelsa città situata sull'alta vetta di un colle, sotto cui è un'altissima rupe, dove fanno i loro nidi le aquile». Il primo documento storico che riguarda Giuliana è un diploma del 1185 del re Guglielmo II il Buono con il quale il "casale" di Juliana " venne infeudato alla Chiesa di Monreale, assieme ai quattro casali di Comicchio, Adragna, Senurio e La Chabuca.
Il casale normanno doveva sorgere in pianura, nell'attuale contrada conosciuta col toponimo di Santo Casale, e si andò trasferendo sulla cresta collinare dove oggi si trova a partire dall'età del Vespro. Fu sotto il regno di Federico III d'Aragona (1296-1337) che il centro abitato venne fortificato con un castello turrito e munito di una cinta muraria aperta da tre porte (Iammagli, poi detta Porta Palermo, Porta di Sciacca e Porta Beccherie). Lo stesso sovrano conferì a Giuliana titoli e diritti di città demaniale, facendone una "piccola capitale" politica della Sicilia aragonese, grazie ai suoi ripetuti soggiorni nel castello (1328, 1332), donde espletava la corrispondenza diplomatica.
Nel 1356 Federico IV d'Aragona, detto il Semplice, concesse in feudo la città di Giuliana a Guglielmo II Peralta, conte di Caltabellotta, sposo di Eleonora d'Aragona, figlia di Giovanni, marchese di Randazzo. Dai Peralta la contea di Giuliana passò ai Luna per il matrimonio della bella e ricchissima Margherita Peralta con Artale Luna, matrimonio ampiamente contestato da un altro pretendente, il nobile saccente Giovanni Perollo, e come tale foriero di quella lunga faida famigliare passata alla storia come il "Caso di Sciacca". Dai Luna la contea di Giuliana passò ai Cardona, sotto il cui dominio fu elevata a marchesato, per privilegio concesso da Carlo V imperatore ad Alfonso II Cardona e dato a Magonza in data 12 agosto 1543. L'ebbero poi i Gioeni e, infine, i Colonna di Paliano per il matrimonio di Isabella Gioeni con Marcantonio V Colonna, cui rimase sino all'abolizione della feudalità in Sicilia (1812). Giuliana è la patria di Giacomo Santoro, detto Jacopo Siculo, valente pittore del XVI secolo, che fu attivo a Roma nella cerchia del Peruzzi e di Raffaello e poi nell'Umbria meridionale (Spoleto, Norcia, Va!lo di Nera, Ferentillo), e di Antonino Ferraro (1523-1609), insigne stuccatore, scultore e pittore, capostipite di un'attivissima famiglia di artisti (tra i quali i figli Tommaso e Orazio) che introdusse nelle chiese della Sicilia occidentale il gusto della decorazione plastico-pittorica di matrice manieristica, anticipando la grande stagione barocca dei Serpotta.
CONTESSA ENTELLINA
È’ sorto nel 1450, sulle rovine di un antico casale preesistente, il casale di Comitissa che venne ricostruito e ripopolato da soldati albanesi. Contessa era uno dei tanti casali medievali, che afferivano al castello di Calatamauro, nel territorio si trovano anche le rovine di Entella, antica città degli Elimi e la stupenda abbazia Olivetana Di Santa Maria del Bosco.
SANTA MARGHERITA DI BELICE
Il comune di Santa Margherita di Belice è posto nella zona sud- occidentale della Sicilia tra i fiumi Carboj e Belice. È classificato tra le zone a più elevato rischio sismico. Fu Fondata nel 1572 dal barone Antonio Corbera, antenato dello scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa, sulle rovine del casale arabo Menzil- el- Sindi Nel 1610 il re Filippo III autorizzò il barone Girolamo Corbera, nipote del fondatore, a dare al paese il nome di Santa Margherita. I principi Filangeri, succeduti ai baroni Corbera, diedero impulso al paese con la costruzione di diversi edifici e facendone aumentare la popolazione. Tra i Filangeri di Santa Margherita di Belìce si annoverano tre viceré di Sicilia: Alessandro I, Alessandro II e Nicolò I, che nel 1812 ospitò nel Palazzo di Santa Margherita, per circa tre mesi, il re Ferdinando, la regina Maria Carolina (la Donnafugata) e il principe Leopoldo di Borbone.
La notte del 15 gennaio 1968 un violento evento sismico si abbatté sulla cittadina e sull'intero territorio belicino, modificando per sempre lo stile di vita dei suoi abitanti.
|